Il sapore del sangue
Sto al freddo a dormire da non so quanto tempo. Sopra di me il modo scorre inesorabile... il tempo che per me non è che il ticchettio lontano di una lancetta ora mi rimbomba nelle orecchie mentre qualcosa di caldo e viscido bagna le mie labbra secche. Sento il corpo risvegliarsi lentamente, tornare in vita... ma come si può chiamare quell’esistenza vita? Sento il calore riemergere in me e apro finalmente gli occhi all’oscurità che mi avvolge. Respiro di nuovo e sorrido. Qualcosa di viscido mi cola dal labbro. Ne ho riconosciuto l’odore, mi piace, mi è sempre piaciuto. Sorrido di nuovo mentre alzo una mano e mi pulisco le labbra. “Sangue.” Sussurro leccando quel caldo nettare che mi ha macchiato così all’improvviso. Fisso l’oscurità aspettando, cercando di capire. Di nuovo quel sangue mi bagna, mi disseta, mi nutre. Lo lecco avidamente ormai assetato come poche volte nella mia esistenza... Il suo sapore non è cambiato anche se lo ricordavo più caldo, mi fa riaffiorare ricordi sepolti nella mia saggezza millenaria. Un’altra goccia, è troppo poco per saziarmi a fondo. Basta. Ormai sono sveglio e non sarei capace di riaddormentarmi se prima non placo la fame di sangue caldo. Cerco di alzarmi e impreco. Mi ero dimenticato... mi avevano rinchiuso in una barra. Sbuffo al ricordo, quella volta ero troppo debole, ora sono troppo forte... la sete mi rende il mostro che sono. Un semplice gesto e la barra è una pioggia di schegge e polvere. Fisso il mondo che mi si mostra davanti e sorrido malignamente... l’odore di sangue è ovunque... non posso fermarmi in nessun modo. Uno squittio timido giunge alle mie spalle e mi volto a fissare una piccola creatura rannicchiata a terra in un angolo della stanza. Dove sono? La domanda mi riecheggia in testa, ma il mio corpo sta solo valutando come attaccare quella preda, come ucciderla senza sprecare una sola calda goccia di quel nettare rosso che gli uomini proteggono con la loro stessa misera vita. Quegli occhi mi guardano impauriti, ma grati. Grati? Perché mai? Un rumore alle spalle e mi volto più veloce di quanto pure io mi posso immaginare, mi ricordare. La sete ha il sopravvento su ogni fibra. Sono due secoli che non assaggio sangue, sono due secoli che dormo e ora pretendo, agogno, bramo quel dissetante liquido. Fisso altri occhi, ma questi sono diversi. Non ne ho mai visti così. Sono inquietanti e allo stesso tempo stupendi. Spalancati mi fissano e mi desiderano. Sono gli occhi di un pazzo che vuole sangue... ma non come lo voglio io, non lo vuole per nutrirsi... lo vuole sprecare... lo vuole sentire sulle sue mani, scivolare lento dalle sue dita e gocciolare nel nulla perché i suoi occhi non vedono altro che quelle mani bianche macchiate di rosso. Mi lecco le labbra al pensiero di quel sangue. Fisso i due umani e annuso il profumo di adrenalina, paura e pazzia che impregna quel profumo che io adoro... sangue, sento il suo profumo, è lui che mi ha richiamato qui in questo mondo eppure... abbasso lo sguardo e capisco. Il corpo steso a terra è sgozzato appena sotto il mento, un lavoro grossolano e volgare creato da un gesto d’ira. “Sei stato tu?” mi rivolgo all’uomo sulla porta i cui occhi mi fissano bramosi di altro sangue. Lui annuisce. Non può mentirmi, non può fare a meno di rispondermi. Sorrido compiaciuto la capacità di incantare mi è rimasta. Bagno due dita in quel sangue fresco che è trapelato nelle crepe del legno e mi ha risvegliato dal mio letargo, lo assaporo un’altra volta senza smettere di fissare l’uomo mentre la bimba dietro di me trema e cerca di fondersi nel muro. Deglutisco e lui mi fissa curioso. “Sarò la tua morte.” Sussurro lievemente verso di lui, ma allo stesso tempo verso la ragazza. Già, sarò la morte per entrambi. Lui mi sorride. Sono sicuro che non ha capito, non importa, la sua pazzia lo ha già reso troppo appetitoso. Un semplice passo e sono già sul suo collo. I muscoli si tendono in un ultimo spasmo, la sua bocca si spalanca con la mia, ma ogni parola, urlo gli è bloccato. I miei canini gli trafiggono la gola rendendolo muto, succube a me. Si agita nel mio freddo abbraccio, si muove come un coniglio impaurito. Ma neppure me ne accorgo, sono troppo concentrato sulla sua vena che pulsa e vibra come la pelle di un tamburo tribale. Spalanco di nuovo la bocca, inspiro la sua adrenalina e affondo veloce, deciso, preciso. Sento il caldo del suo corpo contro le labbra e poi nulla mi può interrompere sto cenando dopo non so quanto tempo. Ed è un pasto gradito, ma che finisce anche troppo presto. Allento la presa e il suo corpo cadde a terra veloce Un piagnucolio leggero mi fa voltare. “mamma...” un pianto dolce che mi farebbe battere il cuore, pentire di quello che ho fatto. Ma non ho cuore, io non provo sentimenti solo una grande e implacabile sete. Mi avvicino con passo leggero e felino. Lei mi fissa tremante. “Chi.. chi sei?” chiede timida con le lacrime agli occhi. Fisso il coniglietto bianco che stringe tra le mani. Le accarezzo la testa. “”Shh!” Le sussurro portandomi un dito alle labbra. “Era tuo padre?” Lei annuisce tremando. “Pazzia. Solo e semplice pura pazzia era. Un raptus, un attimo di follia.” Lei mi fissa senza capire. Ma cosa dovrebbe mai capire? “è tutto un brutto sogno... ora dormirai... oh, si. Dormirai.” Lei mi continua a fissare, io mi rivedo in quei occhi piccoli, spalancati, impauriti, terrorizzati, ma fermi. “Pazzia.” Sussurro prendendole il bianco coniglio. Lei mi fissa impaurita allunga le mani verso il pupazzo e io lo sposto poco prima che lo possa tocca. “Di solito non gioco con il cibo...” Lei mi fissa, si dimentica del coniglio. “Cibo?” Chiede tremando. “buon appetito” sorrido e la abbraccio, lei urla, ma io sono più veloce, più spietato, più assetato. Il sangue giovane e caldo mi scende veloce per la gola, mi risveglia antichi poteri e mi disseta finalmente. Appoggio il corpo dolcemente a terra accanto a quello della madre. Le due donne si abbracciano dolcemente, freddamente. Mi alzo. Uno scricchiolio alle spalle. Mi volto. Troppo tardi. La freccia di legno sacro trapassa il mio cuore veloce e spietata come solo io potrei esserlo. Osservo la creatura sulla porta. Un cacciatore...no, una cacciatrice che mi fissa severa. Il giudizio per la mia condotta trasuda dai suoi occhi, occhi color della notte, occhi freddi come il mio cuore. Riesco a osservarla bene. È giovane, estremamente giovane. Magari sono il suo primo incarico, o forse il secondo. Non lo saprei dire. Abbassa la balestra, sa di aver vinto, sa che orami sono finito. La fisso un’ultima volta. Non molto alta con i capelli raccolti in una treccia lunga ancora ben fatta. Era già lì per me? Questo non lo so. Mi accascio al suolo e lei fa un passo verso di me. “Sei morto.” Sussurra mentre i suoi tacchi fanno scricchiolare il parquet a ogni passo. “già sono morto... da ben cinquecento anni” Sussurro e scompaio in una pila di polvere argentata come la luna in quella notte fredda.
...FINE...